Questa pubblicazione, lo ammetto, è priva di senso; del tutto autoreferenziale. Procedo ora con più leggerezza. A volte è necessario scrivere sulla base di un certo «buon umore», come sosteneva Quiroga a proposito dei propri consigli sulla scrittura di racconti. Ed con un umore quantomeno favorevole che mi appresto a pubblicare alcune immagini che, nel corso degli anni, sono comparse e poi scomparse da questa pubblicazione.
I motivi sono molteplici: pagine obsolete, vecchie versioni del sito (in due occasioni pubblicato, per semplicità, su Tumblr), semplici sviste. Nel complesso, raccontano visivamente – almeno per me che le ho pubblicate (spero, in realtà, non solo per me) – la storia di un percorso che, negli anni, si è composto e scomposto, senza un senso preciso, presentandosi più come traccia residuale di lavori svolti altrove che come un discorso compiuto, rivolto a un vero pubblico di lettori.
Dico questo con un certo pudore, perché dei lettori bisogna sempre avere stima, e nutrire in essi la fiducia, quantomeno, di essere letti nei recessi più inattesi: su vecchie riviste polverose, tra le pagine di un sito frammentario consegnato alla provvisorietà.
Di fatto, non è infrequente che siano gli articoli più improbabili, di nicchia, ad attirare l’attenzione di un pubblico raffinato, in cerca di contenuti poco reperibili altrove. Fino al piacere, talvolta, per chi scrive, di accomodarsi piacevolmente proprio in quella nicchia, per l’esclusività che concede rispetto alla fin troppo frequente volgarità alla quale sembriamo consegnati quasi per dovere, nel nostro vivere quotidiano.
Non spiegherò oltre le ragioni di questa pagina: un senso non c’è, né intendo forzare significati laddove non ne ravviso. È un susseguirsi di immagini e testi che non meritano spiegazioni circa le pagine di appartenenza (tra l’altro, in molti casi mi sarebbe difficile risalire ai contenuti originali; meglio non rischiare).
Le didascalie, ove possibili o necessarie, possono forse essere utili a comprendere immagini o testi per il valore che possiedono individualmente, non all’interno della sequenza in cui sono inseriti.
Il tutto, naturalmente, con un po’ di «buon umore».
Buona visione.
* Riscopro oggi questo testo, del quale mi ero dimenticato, con una certa allegria.
Cover


Esergo
L’infinito dovrebbe essere racchiuso in ogni azione dell’uomo, quando parla, guarda, ascolta, cammina, si ferma e si corica. (Martin Buber, Racconti chassidici, 1947)
Ha terminato l’altrui sermone col proprio raglio:
il venerabile dottore ha fatto la parte del pappagallo e dell’asino.
(G. Bruno)
«L’arte è passata ovunque nella realtà. Si dice che l’arte si smaterializzi. È esattamente il contrario: l’arte oggi è passata ovunque nella realtà. È nei musei, nelle gallerie, ma altrettanto è nei detriti, sui muri, nelle strade, nella banalità di ogni cosa oggi sacralizzata senza altra forma di procedimento.
L’estetizzazione del mondo è totale.
Come abbiamo a che fare con una materializzazione burocratica del sociale, una materializzazione tecnologica del sessuale, una materializzazione mediatica e pubblicitaria del politico, così abbiamo a che fare con una materializzazione semiotica dell’arte. è la cultura intesa come ufficializzazione di tutto in termini di segni e di circolazione di segni.
Ci si lamenta della commercializzazione dell’arte, della mercantilizzazione dei valori estetici, ma questo è un vecchio ritornello borghese e nostalgico. Bisogna ben più temere, al contrario, l’estetizzazione generale delle cose. Molto più che la speculazione mercantile, bisogna temere la trascrizione di tutto in termini culturali, estetici, in segni museografici. Questo è la cultura, la nostra cultura dominante, l’immensa impresa di stoccaggio estetico, di risimulazione e reprografia estetica di tutte le forme che ci circondano. Questa è la più grande minaccia, è ciò che io chiamerei il grado Xerox della cultura.» (Jean Baudrillard)






