Presentazione

Il 2011 è stato per me un anno di svolta, uno dei tanti. Decisi di chiudere, una volta per tutte, con i viaggi e le esperienze all’estero (salvo qualche occasionale ritorno nei luoghi che mi erano stati familiari). Anche tornare, del resto, è un viaggio: significa fare rientro in un ambiente dove le regole sono quasi immutate, mentre tu, l’alieno, sei cambiato.

Le regole, in realtà, cambiano di continuo, ovunque. Se però vivi in provincia, nel contesto di un paese democratico, socialmente stabile, i mutamenti occorsi durante la tua assenza è probabile che non siano così significativi. D’altra parte, mentre il mondo intorno a te sembra essere lo stesso, sei portatore di una diversità che fatica a integrarsi. Il paese che ti appartiene per nascita è anche, e non a caso, quello che ti ignora, che ti volta le spalle, che ti fa pesare l’abbandono.

Nel corso del 2011 ebbi il piacere di dialogare a distanza con Claudia Landini [web], collaboratrice di «Expat Clic», portale dedicato a chi del viaggio e del confronto culturale ha fatto uno stile di vita. Mi fu chiesto di presentare alcune immagini. Quelle che scelsi, non ricordo perché, erano per lo più scollegate dai miei viaggi. Forse era giusto così: dialogare con altre culture non comporta la necessità persistente di ridefinire se stessi come viaggiatori: si partecipa a una cultura, proprio quando lo sguardo, dopo essersi dotato di quel lessico minimo e dei riferimenti che danno forma a una cultura, si sente libero di voltarsi, rivolgersi altrove. Molte domande vertevano sul senso profondo del guardare: «si fotografa ciò che si è visto o ciò che si incontra…», «paesaggi urbani, alcuni molto dolorosi…», «come tutte le sfide, anche quella di fotografare da non vedenti mi intriga e incuriosisce». Curiosità interessanti, nei rilanci che l’intervistatrice proponeva.

Rileggo, oggi, le risposte di allora: vi trovo ingenuità, desiderio di autoaffermazione, un senso profondo di spaesamento: prospettive distanti dal mio sentire attuale1. Riconosco il disorientamento che ancora mi appartiene, la volontà di interrogare ogni linea d’ombra. Nel corso degli anni, le immagini sono quasi scomparse dai miei orizzonti: oggi prendono la forma di testi, idee, riflessioni. Di altre immagini; di immagini altre. Sono anche scomparsi i paesaggi. Anziché cambiare di continuo, si ripetono ostinatamente nella visione. Tra le memorie di un lago che mi appartiene, al quale appartengo.


Stralci dall’intervista con Claudia Landini (expatclic, 2011)

Mi hai già raccontato un po’ della tua formazione. Vuoi approfondire il periodo latinoamericano? Come ti ha arricchito? Cosa ti ha dato? Cosa conservi di quel periodo?

L’America, soprattutto quella Centrale, mi ha dato la consapevolezza di popoli vessati e piegati, ma anche l’emozione di una dignità profonda e di un’affascinante fervore culturale. A volte è difficile distinguere come il sopruso riveli la forma vera di quella libertà, di quell’orgoglio, travolti come si è dalle macerie di tante ingiustizie sociali. C’è però, in quella fortunata geografia, una sorta di spirito chiamato a proteggere le braci culturali: quelle che ancora ardono sotto la cenere dello sfruttamento e dell’umiliazione.

Ti ringrazio di avermi fatto conoscere Evgen Bavkar, di cui non avevo mai sentito parlare. Come tutte le sfide, anche quella di fotografare da non vedenti mi intriga e incuriosisce. Tu hai tenuto un corso di fotografia per non vedenti, cosa ci puoi raccontare? Come organizzavi i tuoi corsi per non vedenti?

Ho organizzato il primo corso quasi per caso, raccontando l’arte fotografica a degli amici non vedenti, cercando di renderli partecipi di uno sguardo che mi apparteneva, o che forse stavo cercando. Per trovare una lingua comune, abbiamo iniziato a ragionare in modo astratto: sull’idea di “silenzio”, armonia, dissonanza. A partire dagli stimoli estemporanei di quella conversazione, ho cercato di approfondire il tema in proprio, con variazioni di campo: sono passato dai silenzi fotografici a quelli musicali, agli spazi vuoti della scena teatrale. Ho trovato alcune delle risposte che cercavo in Peter Brook (The empty space), in John Cage (Silence: Lectures and Writings2) e nei due grandi classici di Vasilij Kandinskij: Lo spirituale nell’Arte e Punto, linea, superficie.

Dopo una prima fase, di immersione più che altro solitaria nella ricerca di riferimenti e fonti, ho iniziato a progettare insieme ai miei allievi per caso degli esercizi sul riconoscimento tattile. La fotografia narra il mondo interiore attraverso forme con cui un non vedente è già in comunicazione. Esiste quindi la possibilità di creare immagini che corrispondano a corde espressive specifiche, e non solo: è possibile creare immagini, raccontare, secondo modalità di percezione uniche.

A cosa ti stai dedicando attualmente, hai dei progetti futuri?

Ho anche dei progetti passati. Uno di quelli a cui tengo in questo periodo è Salomè. È iniziato nel 2009, con una prima serie fotografica e la stesura, parziale, di un testo scenico. Poi sono arrivate le immagini, anche grazie al supporto di una modella ostica e sensuale. La serie è stata esposta in contemporanea, il 24 marzo3 2010, a Varese e a Mendoza (Argentina), città in cui in quel momento mi trovavo. Considero Salomè un’ossessione: sembra che il personaggio accompagni i miei spostamenti, i miei cambi d’umore, le mie letture.

Non penso che si tratti di affinità casuali, né di quell’area da sdegnosa seduttrice, che è perlopiù una invenzione di fine Ottocento. Come ogni grande personaggio, la vicenda che avvolge Salomè, così intrisa di mistero, passione, dolore, nostalgia, violenza, deprivazione, abbandono, rifiuta il confronto con le “semplici storie”, con la mera fiction, la quale generalmente si compone di mondi che è possibile riscrivere e reinventare a piacere. Salomè definisce i confini di un mondo proprio, mutevole, ineffabile: un luogo da abitare in attesa che la ricerca introspettiva tenda autonomamente i fili delle connessioni entro cui potersi rappresentare un mondo proprio: un delicato equilibrio tra carnefice e vittima. Sartori trasse uno splendido monologo teatrale, tutto incentrato sulla figura di Erodiade…


Note

  1. Gli stralci che pubblico qui compaiono in questa pagina trovano solo in minima parte riflesso nell’intervista originale su ExpatClic. All’epoca, per preservare un tono leggero, misi da parte le riflessioni, scegliendo risposte che oggi trovo poco pertinenti, perfino imbarazzanti. Rileggendo le presenti bozze – che mi fa piacere aver conservato, mi accorgo di quanto continuini a rispecchiarmici: è come se, al di là di qualsiasi evoluzione, che sia essa legata al percorso biografico o professionale di ciascuno di noi, la vita non facesse altro che rendere visibile qualcosa che ci appartiene da sempre. ↩︎
  2. John Cage, Silence: Lectures and Writings, Wesleyan University Press, 1961. Da foreword, 1x: «This Lecture on Nothing was written in the same rhythmic structure I employed at the time in my musical compositions (Sonatas and Interludes, Three Dances, etc.). One of the structural divisions was the repetition, some fourteen times, of a single page in which occurred the refrain, «If anyone is sleepy let him go to sleep.» Jeanne Reynal, I remember, stood up part way through, screamed, and then said, while I continued speaking, “John, I dearly love you, but I can’t bear another minute.” She then walked out. Later, during the question period, I gave one of six previously prepared answers regardless of the question asked. This was a reflection of my engagement in Zen». ↩︎
  3. Il 24 marzo 1976 segna, in Argentina, l’inizio di un regime repressivo, che conduce in poco tempo alla scomparsa di migliaia di persone (desaparecidos): individui innocenti, intellettuali di spicco, privati cittadini, sottoposti a torture efferate, umiliazioni inenarrabili e, altrettanto crudeli, uccisioni arbitrarie.
    Ventidue anni prima: il 24 marzo 1944, in Italia, si consuma un crimine efferato: l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Tra i principali responsabili di massacro, che ha visto la morte di 335 persone, figurava il capitano Erich Priebke. Al termine della guerra, Priebke trovò rifugio, prima sotto il nome di Otto Pape (pape Satan, pape Satan aleppe…) in una turistica cittadina della Patagonia argentina, San Carlos de Bariloche, dove visse per decenni. Riprese possesso del proprio nome di battesimo -veniva chiamato, dalla gente del posto, don Erico -, fu considrato un benemerito membro della società (c’è chi ricorda di un autobus che, pagato di tasca propria, donò alla cittadinanza) ed esercitò il ruolo di preside di una scuola per l’infanzia.
    Nel testo teatrale, a cui all’epoca lavorai (e tuttora incompiuto), volli figurarmi che la parte di Erode fosse interpretata non da un anonimo ufficiale, un capitano con una insanabile colpa alle spalle. E che una giovanissima, adolescente, Salomè, dodicenne, sua studente, giocasse con lui, nella notte, danzando la propria spettrale seduzione. Irretito, l’ufficiale non può che sentirsi, simbolicamente, come un antropofago: vittima di una carne che, solo divorandola, può essere davvero posseduta. Ma Salomè, cinerea nel volto, esiste già solo nella corporeità sensuale della danza: disincarnata, è già vittima, uccisa. E mette l’ufficiale di fronte alla consapevolezza di una fame inappagabile, vorace, primordiale… (p.s. forse è giunta l’ora di rimettere mano al testo [N.d.A.]) ↩︎