di Stéfano Pérez Tonella
La lettura di Herta Müller invita a riflettere sull’uso, spesso frammentario e straniante, del linguaggio di cui fa uso la scrittrice. La parola è, di primo acchito, ambigua, propria di un contesto politico e sociale in cui è continuamente sorvegliata, manipolata, censurata. Parlare diventa pericoloso; la riflessione sulla lingua si ritrae allora in una ricerca di indeterminatezza che è, in prima istanza, un atto di resistenza, una risposta al pericolo.
Anche un segno di interpunzione — la virgola doveva tacere1 —, si fa codice, veicolo di ambiguità apparenti: il discorso si propone di attraversare, impercepito, le insidie dell’oppressione.
La sottrazione al controllo si verifica attraverso la riconquista della parola, in uno spazio interiore puro, non contaminato dalla menzogna del potere e non schiacciato dalla paura. Cuoreanimale – scrive l’autrice – nasce dalla «avidità di vita nella paura della morte, una parola che un tempo, però, quando vivevo nella paura, non avevo»2. La linearità, che è propria del discorso politico dell’oppressione, è parola negata, esige di essere riscoperta. Una lingua mitica fa la propria comparsa in un caleidoscopio di immagini: tasselli di un mosaico che poco a poco si rivela.
Quando il mosaico diventa visibile e concede al lettore di ricostruire la tessitura di un discorso razionale, articolato e complesso, la vicenda narrata appare nella sua piena drammaticità. Solo allora il linguaggio liberato può dialogare con il suo analogon terribile, la banalità del potere, senza smarrimenti o afasie.
Il mosaico, a differenza del piatto linguaggio governativo, si trattiene nel mito, come una rivelazione densa di mistero, come il “volto non comune” della musa di Baratynskij, affascinato «dalla quieta semplicità delle sue parole».
Non a caso, a tale musa si richiama Iosif Brodskij nel corso di un’ampia riflessione sul tema dell’esilio, in termini che dialogano con senso di una appropriazione lenta, una paziente riconquista della parola attraverso il mistero: «nell’acquisire questo volto non comune consiste, a quanto sembra, il significato dell’esistenza umana, poiché a questa singolarità noi siamo predisposti, per così dire, geneticamente»3. Nel caso di Herta Müller si pone l’esigenza di una lettura pacifica, rispettosa del mistero: una riscoperta del linguaggio e delle sue ambiguità.
Emerge chiaramente la tensione dell’autrice verso un linguaggio etico, semplice e non comune, residuo di realtà e di sogni, storie personali e collettive. Di una lingua che nasce dalla scoperta e non da un immediato raffronto con l’esistente, neanche sul piano strettamente linguistico. Una lingua marginale, più che di rinuncia, nei termini di una ricerca di semplicità, della redenzione del linguaggio a cui auspicava Rilke nella IX elegia. «Gli esseri umani sono caduti così in basso da dover iniziare in modo semplice, con il più semplice degli atti linguistici: nominare le cose»4.
La Müller, originaria di un villaggio rumeno di lingua tedesca, trova residenza in una lingua che è già esilio, identità propria e marginale — come lo era il tedesco di Kafka. Questo humus naturale affianca l’esilio più autoriale: quello di una rinuncia a uno spazio linguistico occupato e ideologicamente compromesso. La ricerca di un altrove confina con il silenzio -in Cuoreanimale, Georg pare a un tratto l’evocazione del Bartleby melvilliano-, si struttura di parole e immagini detonanti, residui di realtà, ove le apparizioni possiedono una dimensione sacrale, di visione illuminata. È un lavoro di ricerca instancabile, che invita, attraverso la prosa lirica della scrittrice, a reperirne le tracce nei labirinti di una lingua mitica, marginale, innocente, evasiva.
SPT ’25
- Herta Müller, Cuoreanimale, trad. it. di Margherita Carbonaro, Milano, Feltrinelli, 2023. ↩︎
- Margherita Carbonaro, “Il cuore e l’animale. Nota della traduttrice“, pp. 231-236, in Cuoreanimale, op. cit. ↩︎
- Iosif Brodskij, Dall’esilio, trad. it. di Gilberto Fortis e Giovanni Buttafava, Milano, Adelphi, 2004, pp. 43-44. ↩︎
- Cfr. Susan Sontag, “The Aesthetics of Silence“, «Aspen» no. 5 + 6, item 3, 1967. ↩︎
