Così la parola giace segreta in un vasto silenzio.
— Miguel Ángel Bustos1
10.44- un’onda: ho fotografato la prima onda.
10.44- un’onda (un’altra: sicuramente non è la prima).
10.45- un’onda. Tante, tantissime onde.
10.51- un’onda-onda. Ho un dubbio: forse non ho fotografato la prima onda.
10.51 (…) Dieci minuti fa non c’erano onde. Seduto, mi vedevo senz’onde, su un tappeto di sabbia ruvida. È autunno, una macchina fotografica.
Autunno: non come foglie rosse; una specie di disgusto.
Poi sono apparse le onde; tutte insieme. La prima onda è la nascita di un mondo: ma che nascita è quella di un mondo già nato? E poi ci sono le altre: una gran confusione.
Decido di cancellare “ho fotografato la prima onda” dalla nota delle 10.44. Cancello “mi vedevo” dalla nota delle 10:51.
10.52- L’angoscia azzera la matematica: ho perso il conto delle idee; delle onde. Mi sorprendo di quante onde siano numericamente insignificanti. Decido di attendere ancora qualche minuto. Sono quasi certo di non aver fotografato la prima onda. La delusione si trasforma in attesa: non ho fotografato la prima; aspetterò l’ultima.
10.55- Rileggo la nota delle 10.44: un’onda. Seguono due punti, una frase cancellata.
L’attesa si protrae; forse pioverà. Molte onde. L’ultima onda è un concetto astratto; desidero attendere l’astratto. Salverò l’ultima onda chiudendo gli occhi.
…
Scatto una foto. Per vedere cosa succede. Mi annoio… non succede nulla.
Attendo che l’ultima onda lambisca la spiaggia. È sabbia stanca; all’improvviso il mare si placa; il tempo, dico tra me, si esaurisce nel tempo; forse esaurisce il tempo.
10.58- l’ultima onda!
10.58- un’altra onda.
11.12- un’onda.
Stéfano Pérez Tonella
Korinthia, Grecia, 2017










- Miguel Ángel Bustos, Visione dei figli del male, trad. it. di L. Branchini, Varese, Asinelli Editori, 2024. p. 129. ↩︎
