Osorno, Cile, 2011.
Abstract
I suoi scatti immortalano l’America Latina, la Spagna e l’Italia; Stefano Pérez è un testimone del mondo latino (…), intreccia arte e ricerca per esplorare il senso profondo delle esperienze, anche attraverso l’immagine fotografica. Con una formazione in Estetica al DAMS di Bologna e un percorso di ricerca orientato al recupero delle forme sceniche precolombiane, Stéfano rivolge il proprio sguardo verso l’incontro tra realtà e interpretazione, interrogando il significato del visuale attraverso progetti ispirati da viaggi e dialoghi culturali.
Stralci dall’intervista con Lorenzo Abbate
Che consigli daresti ad un giovane fotografo?
Prima di tutto, di spegnere il computer e aprire un libro d’arte. Può sembrare drastico, soprattutto oggi, nell’epoca della Fotografia digitale. È un invito a tornare alle fonti vere dell’ispirazione.
Senza fanatismi, ovviamente: frequentare le comunità online dedicate alla Fotografia è piacevole -anch’io ne faccio parte-, ma pensare di trovarvi il cammino dei grandi maestri è illusorio. Penso ora a Man Ray, a Ugo Mulas, a László Moholy-Nagy, all’arte e alla vita di Tina Modotti: autori straordinari, le cui opere meritano di essere studiate e contemplate. Sul web, il tempo dedicato a osservare una foto è spesso di pochi secondi. Temo perfino che sia una stima generosa: tendiamo a vedere le immagini in blocco, un po’ come fanno i turisti quando, durante la visita di una nuova città, si sentono obbligati a scoprire tutto, a visitare i grandi musei: vedono tutto e nulla. Ciò che osservano è in realtà qualcosa di residuale, non vivono una vera esperienza estetica.
Il mio consiglio è quello di resistere a certe tentazioni; ma è un consiglio che rivolgo a tutti, anche a me: non credo di poter dispensare consigli a dei giovani apprendisti perché io stesso spero di non abbandonare mai tale categoria. Quella del giovane senz’altro sì; quella dell’apprendista invece no.
E poi, la crescita personale nasce dalla capacità di riconoscere e apprendere dai maestri. Anche la pittura offre lezioni preziose per chiunque voglia dedicarsi alla Fotografia: la perfezione compositiva di Velázquez, la drammaticità dei popolani di Goya, la luce che anima i volti di Van Eyck, l’illuminazione intensa e tragica di Caravaggio. Tra i contemporanei, mi sento oggi di consigliare l’arte di Flor Garduño: è raffinata, intensa, riesce a raccontare l’umano con una forza espressiva che invita alla meditazione.
Lavori spesso con Barcellona?
In questo periodo abbastanza. Mi piace la città, mi piace il carattere catalano: lo trovo un misto di follia, glacialità e spirito latino. Adoro camminare per le strade, perdermi nei quartieri poco frequentati dai turisti. Ogni luogo possiede una propria tipica “atmosfera” e quella della città è intrisa di esaltazione e tormento, mi fa pensare che il surrealismo sia sempre stato lì: che sia ancora il miglior modo per descrivere quel tipo di realtà vivente. E poi, a Barcellona c’è un grande fermento artistico popolare, lo si respira ovunque: per strada, nelle gallerie, negli atelier…
(…) Sono convinto che tra Fotografia e Teatro esista un’intensa sinergia: un dialogo tra la realtà che ci circonda da un lato e un continuo gioco di specchi rappresentativi dall’altro. Strindberg intuì che per descrivere la realtà è necessario preservare, da essa, una certa distanza: chi si avvicina troppo a un albero perde di vista la percezione del bosco. Questo gioco di profondità e distacco, che è molto «fotografico», peraltro, trova affinità naturali con l’espressione scenica teatrale.






















