Horacio Quiroga, La retórica del cuento, «El Hogar» n. 1001, diciembre 21, 1928.

Traduzione dallo spagnolo di Stéfano Pérez Tonella | Scarica in formato Pdf


La retorica del racconto

Su invito di alcuni amici d’infanzia, che desideravano scrivere racconti senza affrontare le consuete difficoltà della composizione letteraria, esposi su queste stesse pagine alcune regole e trucchi dei quali mi ero avvalso con soddisfazione in diverse occasioni, nella speranza che potessero essere utili anche a loro.

Incoraggiato dal silenzio (in letteratura il silenzio è sempre un elemento incoraggiante) in cui era caduta la mia elementare anagnosi1 del mestiere, la completai con una nuova serie di trucchi efficaci e sicuri, convinto che almeno uno dei tanti aspiranti all’arte dello scrivere stesse, nell’ombra, dando forma a un racconto rivelatore.

Il tempo è passato. Ignoro ancora se le mie norme letterarie siano state utili. Entrambe le serie di trucchi, annotate con più umorismo che solennità, portavano il titolo comune di Manuale del perfetto scrittore di racconti.

Mi si chiede oggi, nuovamente, un intervento, questa volta con più serietà e meno buon umore. Innanzitutto mi si chiede una dichiarazione ferma ed esplicita sul racconto. E poi anche una formula efficace per evitare di scrivere racconti nelle forme ormai desuete che, con così scarso successo, ci hanno rubato le nostre vecchie ore.

Tanto era disinvolta e sicura la mia posizione di un tempo, quando divulgavo i trucchi del perfetto scrittore di racconti, quanto è instabile, come si può ben vedere, la mia condizione attuale. Tutto ciò che sapevo sul racconto era un errore. La mia conoscenza indubbia del mestiere, i miei piccoli trucchi più o meno trasparenti, sono serviti solo a collocarmi in piedi, nudo e intirizzito come un bimbo, di fronte all’impresa di una nuova retorica del racconto, che possa darci nutrimento.

“Una nuova retorica…” Non sono il primo a esprimere così i nuovi canoni. Non è in gioco con essi la nostra vecchia estetica, bensì una nuova nomenclatura. Per orientarci nella sua scoperta, nulla è più utile che ricordare ciò che la letteratura di ieri, di dieci secoli fa, e dei primi balbettii della civiltà ha inteso per “racconto”.

Il racconto letterario, ci dice quella tradizione, è composto degli stessi elementi essenziali del racconto orale, ed è come questo il racconto di una storia abbastanza interessante e sufficientemente breve da assorbire tutta la nostra attenzione.

Ma non è indispensabile, ci avverte la retorica, che il tema da narrare costituisca una storia con inizio, sviluppo e fine. Una scena tronca, un incidente, una semplice situazione sentimentale, morale o spirituale possiedono elementi più che sufficienti per dar vita a un racconto.

Forse in certe epoche la storia completa (ciò che potremmo chiamare la trama) fu parte integrante del racconto stesso. “Trama debole!” si diceva, “Racconto debole!” Più tardi, con la narrazione breve, energica e acuta di un semplice stato d’animo, i grandi maestri del genere hanno creato racconti immortali.

Nell’infinita estensione del tema e del procedimento nel racconto, due qualità sono sempre state richieste: nell’autore, il potere di trasmettere vividamente e senza indugi le proprie impressioni; nell’opera, la scioltezza, l’energia e la brevità che definiscono il racconto.

Tanto specifiche sono queste qualità che, fin dalle epoche più remote dell’umanità, nonostante le profonde trasformazioni della Letteratura, il concetto di racconto non è cambiato. Quello degli altri generi mutava secondo le mode del momento. Il racconto, al contrario, è rimasto saldo nella essenza integrale e, finché la lingua umana sarà il nostro veicolo espressivo privilegiato, l’uomo racconterà sempre, poiché il racconto è la forma naturale, normale e insostituibile del narrare.

Esteso fino alla dimensione di romanzo, il racconto può senza dubbio subire variazioni nella struttura, ma costretto nella energica brevità, il racconto è, e non può essere, altro da ciò che tutti, colti e ignoranti, intendiamo come tale.

I racconti cinesi e persiani, i greco-latini, gli arabi delle Mille e una notte, quelli del Rinascimento italiano, quelli di Perrault, di Hoffmann, di Poe, di Mérimée, di Bret Harte, di Verga, di Čechov, di Maupassant, di Kipling: tutti si riconoscono in una sola e medesima sostanza nella propria realizzazione. Possono differenziarsi tra loro come il sole e la luna, ma il concetto, il coraggio di raccontare, l’intensità, la brevità, sono gli stessi in tutti i narratori di tutte le epoche.

Tutti questi autori possiedono al massimo grado la caratteristica di entrare subito nel vivo della materia. Nulla è più impossibile che applicare loro l’esortazione: “Al dunque, al dunque…” con cui si incalza un cattivo narratore orale. Il narratore che “non dice nulla”, quello che fa perdere tempo, quello che si perde in divagazioni superflue, può cercare altrove la propria vocazione: quell’uomo non è nato per il racconto.

Ma, si obietta, e se quelle divagazioni, digressioni e ornamenti sottili possedessero per se elementi di grande bellezza? Se essi soli, molto più del racconto sacrificato, dessero vita a un’eccelsa opera d’arte? Ben venga, risponde la retorica, ma non costituiscono un racconto.

Quelle ammirevoli digressioni possono brillare in un articolo, in una fantasia, in un quadro, in un saggio, e certamente in un romanzo. Nel racconto non trovano posto, né tantomeno possono da sole costituirlo.

Finché non verrà creata una nuova retorica, conclude la “Vecchia Dama”, con nuove forme di poesia epica, il racconto è e sarà ciò che tutti, grandi e piccoli, giovani e vecchi, vivi e morti, abbiamo sempre inteso come tale. Il futuro potrebbe regalarci un nuovo genere, superiore per caratteristiche e cultori, al vecchio e solido impulso di raccontare che abita l’essere umano. Troviamogli però un altro nome.

Ecco la questione: considero risolta, con la voce della tradizione retorica, la domanda che mi è stata posta.

Quanto a me, alla mia svantaggiosa mania di intendere il racconto, credo sinceramente che sia ormai tardi per perderla. Ma farò quanto è in mio potere per non peggiorare le cose.

H. Quiroga, 1928


Horacio Quiroga
Horacio Quiroga, lavorazione di una canoa per escursioni fluviali

di Stéfano Pérez Tonella

La retorica del racconto non è un manuale; non è un saggio: è un esercizio ironico di consapevolezza letteraria, con cui Horacio Quiroga, scrittore esperto e disincantato, smonta e riformula le “regole” del narrare breve, mostrando quanto esse siano, in fondo, solo appigli provvisori per chi prova a raccontare.

Quiroga chiarisce come tutto ciò che egli stesso ha dichiarato in passato (nel Decalogo del ’27, nel Manuale…) a proposito del racconto nasce più da una proposta che gli è stata rivolta con ironia e buon umore che da una pretesa autorevolezza da parte propria come autore. Ogni tentativo di sistematizzazione del racconto finisce infatti per risolversi nell’invocazione di un’autorità esterna. Nel caso del presente testo è la “Vecchia Dama”, la retorica, quella a cui spetta, per scelta dell’autore, l’ultima parola. Soluzione che tuttavia, come lo stesso Quiroga ci fa intendere, è inefficace dal punto di vista operativo.

In qualche modo è proprio questa inoperatività a rendere il testo prezioso. Non vi si insegna come si scrive un racconto: si invita a riflettere su cosa, per secoli, si è inteso attraverso tale termine. L’autore si muove con leggerezza e intelligenza letteraria, senza mancare di certe ingenuità interpretative, come quando sostiene, in modo quasi stentoreo, come il genere racconto sia l’unico a non essersi mai trasformato. Solo gli altri generi letterari, infatti, sarebbero soggetti alla mutevolezza delle mode:

Il racconto, al contrario, [rimane] saldo nella essenza integrale e, finché la lingua umana sarà il nostro veicolo espressivo privilegiato, l’uomo racconterà sempre, poiché il racconto è la forma naturale, normale e insostituibile del narrare.

In questo passo, l’arte di raccontare, che è anche propria del romanzo, della poesia, del teatro e non solo, si sovrappone, nel discorso di Quiroga, all’arte propria del racconto, come se esso solo fosse depositario del narrare in quanto espressione. Una logica farraginosa, confusa, che non altera tuttavia la bellezza del testo. Sorge anzi il dubbio che sia perfino intenzionale: serve a Quiroga per giustificare il racconto come (unica) forma naturale del narrare.

La conclusione ribadisce le posizioni ironiche dell’autore, che menziona la propria “svantaggiosa mania di intendere il racconto (…). [T]ardi per perderla [, m]a farò quanto è in mio potere per non peggiorare le cose.

SPT 2025


  1. Il termine anagnosi (dal gr. an. ἀναγνώρισις, anagnṓsis, “riconoscimento”) indica, nella poetica classica, il momento in cui un personaggio scopre l’identità vera di un’altra persona o la propria condizione reale. Nella Poetica, Aristotele descrive l’anagnosi come il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. Nel testo di Quiroga, il termine è usato in senso figurato e ironico per indicare una presa di coscienza semplice e disincantata rispetto al mestiere di narratore. [NdT] ↩︎