Da: Más allá y otros cuentos (1935)

Traduzione di Stéfano Pérez Tonella | Scarica in formato Pdf


Quando l’essere umano, animale debole, nudo e privo di artigli, giunse a dominare gli altri animali grazie allo sforzo dell’intelligenza, temette per il destino della propria specie.

Aveva già raggiunto, a quel tempo, le più alte vette del pensiero e della bellezza. Ma sotto questi trionfi puramente mentali, ottenuti a scapito della propria natura originaria, la specie si spegneva per anemia. Dopo una lotta incessante, in cui l’intelletto aveva esaurito ogni possibile risorsa di dialettica, sofismi, insidie e agguati, non restava all’anima umana neanche una goccia di sincerità.

Per restituire freschezza primordiale a quella razza ormai decadente, gli uomini pensarono di introdurre in città una creatura d’altra specie, da allevare ed educare come fosse una di loro: un leone.

La città di cui parliamo era, naturalmente, circondata da alte mura. E dall’alto di quelle mura, gli uomini osservavano con invidia gli animali che, in fuga, spargevano sangue copiosissimo e correvano liberi.

Una delegazione andò allora dai leoni e parlò loro così:

— Fratelli, oggi la nostra missione è di pace. Ascoltateci senza timore. Veniamo a chiedervi una giovane leonessa, perché possa essere allevata tra noi. In cambio vi daremo uno dei nostri figli, che voi alleverete a vostra volta. Desideriamo educare una giovane leonessa fin dai suoi primi giorni. La istruiremo, e l’esempio della sua forza sarà utile ai nostri figli. Quando entrambi saranno cresciuti, potranno decidere liberamente del proprio destino.

I leoni meditarono a lungo, con occhi obliqui e diffidenti, di fronte a una franchezza tanto inusuale. Alla fine acconsentirono. Si inoltrarono nel deserto, accompagnando con passo lento un bambino di tre anni, mentre gli uomini tornavano alla città portando con cura tra le braccia una giovane leonessa, così giovane che quella stessa mattina aveva aperto per la prima volta le palpebre, e fissava — uno a uno — gli uomini che la portavano, con lo sguardo limpido e vuoto dei suoi occhi azzurri.

Un giorno parleremo anche del bambino.

Quanto alla leonessa, non vi sono parole sufficienti per esprimere le cure che le vennero riservate. L’intera città vedeva in quell’essere fragile una creatura al tempo stesso estranea e divina: un Messia, dal quale aspettarsi la salvezza.

Fu allevata ed educata con amore ardente. Le cronache cittadine riferivano dei suoi progressi con più zelo di quanto dedicassero alla salute del re. Mai i filosofi e i retori si erano applicati tanto per iniziare un’anima ai misteri divini delle proprie arti. Scienza, sentimento, poesia: tutto si sperava da lei.

E quando la signorina leonessa indossò per la prima volta un abito lungo, per essere presentata ufficialmente alla società, i giornali seppero esprimere fedelmente, nelle loro cronache enfatiche, il cuore del popolo.

La giovane leonessa imparò a parlare, a moderare i suoi movimenti, a sorridere. Imparò a vestire abiti umani, ad arrossire, a meditare con il mento appoggiato alla mano. Imparò tutto ciò che una splendida figlia del genere umano può e deve apprendere. Ma ciò che imparò, sopra ogni altra cosa, fu il divino arte del canto.

Non possiamo oggi renderci pienamente conto del fascino, dello stile e della grazia di una giovane leonessa, vestita come una figlia degli uomini, che debutta in un salotto culturale, arrossendo per la timidezza.

Mai, in effetti, le più sottili raffinatezze del cuore umano avevano trovato una simile espressione vocale. Forse era la fluida innocenza di un’anima vergine, sorpresa dalla poesia sin dal suo primo risveglio? Chi lo sa? E forse meno di tutti la divina creatura, poiché è quasi superfluo dire che l’educazione ricevuta aveva fatto di lei una adolescente umana, con tutte le idee, le tenerezze e i modi di una giovane donna.

Nel frattempo, come già accadeva nella sua infanzia, la signorina leonessa attirava su di sé l’attenzione pubblica. Era la speranza di un intero popolo. Ogni annuncio di un suo concerto suscitava nel cuore della città un tumulto di gioia.

Già alla prima nota, gli abitanti riconoscevano, scossi, la propria anima umana esalata in quella voce. Come poteva quella creatura selvaggia esprimere così bene, meglio di chiunque altro, il lirismo, le speranze e i singhiozzi di un’anima che, in fondo, le era estranea?

«Un’anima che non possedeva…»

Questa divenne, a poco a poco, l’impressione diffusa nella città. Le si riconosceva un’arte somma; ma non era la riproduzione dei sogni umani ciò che gli uomini avevano cercato nell’allevare la giovane leonessa. No. Da lei si attendevano freschezza innata, sincerità selvaggia, un grido di libertà — tutto ciò che l’anima umana, nella sua affannosa corsa mentale, aveva ormai perduto.

Un’eccellenza esclusivamente “umana”: così si definiva la sua voce. E le si chiedeva qualcosa di più.

Anche in questo, la stampa espresse il sentimento generale:

“Un nuovo trionfo ha segnato il concerto della grande artista, e non potremmo fare altro che ripetere le lodi da tempo a lei rivolte. Tuttavia, interpretando il sentimento popolare — da sempre profondamente legato alla nostra pupilla — ci sembra doveroso dichiarare che desidereremmo udire, nella sua voce divina, una nota, anche una sola, di intima freschezza, che riveli la sua personalità. Nessuno dei suoi accenti più profondi ci è ignoto. Fino a oggi, la straordinaria artista ha interpretato magistralmente l’animo umano — ma soltanto quello. Troppa umanità, oseremmo dire. Attendiamo da lei il grido fresco e libero della sua anima diversa, sincero e senza catene.”

Possiamo facilmente immaginare quanto quel giudizio dovette ferire la delicata artista.

— Cosa ho fatto — singhiozzava — per meritarmi questo?

— Non è colpa tua — la consolavano —. La tua voce è pura come il tuo cuore, e siamo incantati oggi come ieri. Ma… il popolo ha in parte ragione. Alla tua voce manca un po’ di sincerità. Canti meravigliosamente, ma la passione che esprimi è quella di una donna.

— Ma io sono una donna! — protestava la creatura, in lacrime.

Tremando di emozione, salì sul palco per un nuovo concerto. Ma sotto gli applausi di rito, poté sentire il cuore ritratto della città.

— Com’è possibile — si domandavano — che non ci offra una nota selvatica, l’accento libero e immenso della sua razza, quello che la nostra specie ha consumato ed è ormai incapace di riconoscere da migliaia di anni? Lasciati andare, nei tuoi sogni, quando canti. Dimentica ciò che hai appreso da noi, e ci darai una nota pura, suprema.

— No… non posso… non posso… — scuoteva la testa la giovane artista.

L’intera città accorse di nuovo ad ascoltarla, nella speranza di un miracolo. Si sapeva quanto fervore l’avesse accompagnata.

Tremante e incerta, cominciò a cantare. E mentre cantava, sentì il respiro della città sospeso sulla sua voce, ricordò le speranze che vi erano riposte. Chiuse gli occhi, cancellò dalla memoria il tempo presente con uno sforzo supremo; un soffio caldo attraversò la sua anima come un vento impetuoso, e riversò in una nota la passione risvegliata.

La sala rimase gelida: quella nota era un ruggito, puro e incontestabile: la giovane aveva ruggito.

Più sorpresa e spaventata di ciascuno dei presenti, lei singhiozzava:

— L’ho fatto senza volerlo… Non so cosa mi sia accaduto…

Pur profondamente delusa, la città le offrì la possibilità di rimediare con un concerto straordinario. Ma quando la cantante, presa dalla forza dell’arte, tornò ad aprire le porte incatenate della propria anima, ruggì di nuovo.

Non si poteva andare oltre. La città deliberò freddamente, anche se con il cuore spezzato:

«Ci rammarichiamo di aver riposto le speranze della nostra razza in un essere che non ci appartiene. L’abbiamo allevata con più dedizione di quanta dedichiamo ai nostri stessi figli. Le abbiamo infuso le qualità più alte dell’anima umana. E quando abbiamo chiesto alla sua voce la nota suprema di sincerità e freschezza… ha ruggito.»

Accompagnarono la povera creatura fino alle porte della città.

Lei, barcollando, implorava pietà con le mani giunte.

La notte era già calata.

La giovane camminò come un automa, inoltrandosi nel deserto, finché il vento caldo che le sferzava i capelli nell’oscurità non la fece destare. Il naso si dilatò, inspirò a fondo quegli effluvi selvatici che soffiavano da chissà dove; si fermò, si voltò verso la città, e si spogliò. Si tolse l’abito, ogni cosa che fino a quel momento aveva nascosto la sua vera natura, finché non restò nuda.

E allora, con la coda rigida e gli occhi duri e fosforescenti, la leonessa ruggì.

A lungo, sola, allungata dalla tensione dei fianchi, ruggì verso la città decrepita, contraendo i fianchi fino allo scheletro, come se in ogni ruggito esprimesse, libera e senza più catene, la voce pura, profonda, primordiale, del suo spirito vergine.

Horacio Quiroga, 1935