- Fonte: W. Faulkner, Mentre morivo, tit. or. As I Lay Dying (1930), trad. it. di Mario Materassi, Milano, Adelphi, 2000, p 154.
Dal monologo di Addie1
Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire. Quando nacque mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c’era una parola o no. Mi resi conto che paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto. Mi resi conto che così era stato, non che avessero il naso sporco, ma che avevamo dovuto usarci l’un l’altro con parole, appesi per la bocca come ragni a una trave, che oscillano e si attorcigliano senza toccarsi mai.
(W. Faulkner, 1930)
Note
- È significativo che l’autore inserisca la riflessione sulla lingua nel monologo di Addie, che avviene post-mortem, nell’unico testo assegnato a questo personaggio. ↩︎
Connessioni: testi a confronto
Da Jean Baudrillard, Il complotto dell’arte a William Faulkner, Mentre morivo: l’espressione artistica è ridotta a simulazione, riappropriazione di forme svuotate di senso. (Baudrillard); le parole vengono usate per comunicare un vuoto di senso (Faulkner). In nessun caso si può fare a meno della (falsità della) parola: “avevamo dovuto usarci l’un l’altro con parole, appesi per la bocca come ragni a una trave, che oscillano e si attorcigliano senza toccarsi mai.” (Faulkner)
Giovanni Comisso, Le mie stagioni – William Faulkner, Mentre morivo: la parola che emerge dal dialogo interiore è sempre falsa: rivolgendosi al mondo, mostra una frattura, una distanza irriducibile. Il contadino “fa la voce grossa per mascherare la [propria] timidezza” (Comisso); “le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire” (Faulkner).
