Edizione di riferimento: Robert Musil, Il giovane Törless (tit. orig. Die Verwirrungen des Zöglings Törleß, 1906), traduzione e introduzione di Giacomo Zampa, Milano, Rizzoli, 1974.

(p. 36) [Törless conversa con Beineberg]
— Una volta, ero molto piccolo, a quest’ora giocavo nel bosco. La governante s’era allontanata; io non lo sapevo, la credevo vicina. D’un tratto, qualcosa mi costrinse ad alzare il capo, e mi accorsi d’essere solo. S’era fatto un profondo silenzio. Quando mi guardai intorno, fu come se gli alberi mi circondassero, fissandomi muti. Piansi: mi sentivo abbandonato dai grandi, lasciato agli esseri inanimati… Che vorrà dire? Riprovo spesso la stessa sensazione. Cos’è quel silenzio improvviso, simile a una lingua che non percepiamo?
— Di quello che racconti non so nulla; ma perché le cose non dovrebbero avere una lingua? Dopo tutto, non possiamo neppure affermare con certezza che sono prive d’anima.

Törless non rispose. Le considerazioni filosofiche di Beineberg lo irritavano.


(p. 50) «Törless voleva dire qualcosa, scuotersi lanciando una spiritosaggine oscena, perché sentiva che tutto, ora, dipendeva da una parola qualsiasi, indifferente; ma non emise un suono. Con un rigido sorriso fissava il volto depravato che gli stava sopra, quegli occhi indistinti, po il mondo cominciò a rimpicciolire, a farsi più indietro. Emerse, un attimo, la figura del contadino che aveva raccolto il sasso, come per irriderlo. Infine, fu solo.»