Herta Müller, Cuoreanimale, trad. it. di Margherita Carbonaro, Milano, Feltrinelli, 2023.

(pag. 100) Scrissi due lettere con una virgola dopo il nome:

Caro Edgar,
Caro Georg,

La virgola doveva tacere quando il capitano Pjele avrebbe letto le lettere, così che si decidesse a richiuderle e a mandarle. Ma quando Edgar e Georg le avrebbero aperte, la virgola doveva gridare.
Una virgola che tace e grida non esiste. La virgola dopo il nome era diventata fin troppo grossa.


(pag. 141) Tereza non mi aveva presentato. La nonna non aveva sentito la mancanza di un nome, mi diede la minestra perché avevo in faccia una bocca.


Georg

C’è un passo del testo, in cui il personaggio di Georg sembra modellato sull’indifferenza e l’afasia che caratterizzano il Bartleby di Melville: uno stare che non indica rassegnazione né rifiuto: un riflesso dell’essere che si contrae in una disincantata presenza, di fronte all’immutabilità di un paesaggio al quale appartiene, senza esserne parte, senza potersene fare interprete.


(pag. 203) Adesso non è solo, io ci sono tutto il giorno e anche i miei genitori. Ma con Georg non si può parlare. È come un fantasma.

Georg si svegliava presto al mattino, si vestiva e si metteva alla finestra. Quando i piatti e le posate sbatacchiavano, lui prendeva la sua sedia e veniva a tavola. Dopo mangiato riportava la sedia alla finestra. Guardava fuori. La c’erano sempre l’identico legno nudo dell’acacia, il fossato, il ponte, sporcizia ed erba, e nient’altro.


Herztier/Cuoreanimale

Da: Margherita Carbonaro”Il cuore e l’animale. Nota della traduttrice“, pp. 231-236, in Cuoreanimale, op. cit.

(pag. 233-234) Uno Herztier è però qualcosa di ancora diverso (…) Non è l’animale (o la bestia) del cuore e nemmeno nel cuore. L’autrice chiede al lettore di trattenere nella mente queste due parole, gli chiede di assumerle il contrasto, quasi la dissonanza. (…)

Herztier/cuoreanimale è una parola “nata sulla carta, spiega Herta Müller, per esprimere «l’avidità di vita nella paura della morte, una parola che un tempo, però, quando vivevo nella paura, non avevo. Volevo una parola a doppio taglio, come lo era il re. Avrebbero dovuto starci dentro la soggezione quanto l’arbitrio. E doveva entrare nel corpo, come delle parti particolari viscere, un organo interiore che può essere caricato di tutto ciò che esternamente lo circonda. Volevo rivolgermi all’imprevedibile che si trova in ogni essere umano, tanto in me quanto nei potenti. Qualcosa che resta sconosciuto a se stesso e si lascia riempire in modo diseguale. A seconda di quel che è il corso degli imprevisti e dei desideri fra di noi, diventa indulgente o violento».1

Note

  1. H. Müller, Il re si inchina e uccide, op. cit., pp. 72-73. ↩︎