Edizione di riferimento: Giovanni Comisso, Pesca notturna e altre pagine, a cura di Silvio Guarnieri e Marino Buffoni, introduzione di Silvio Guarnieri, Milano, Mursia, 1970. Il brano “Vita dei contadini” è tratto da Le mie stagioni [1951], pp. 53-59.


Introduzione

Nel ’51, la stagione impressionista e il fervore dei viaggi, dei primi ritratti degli uomini del mare, si è stemperato, in Comisso, fino alle soglie di un pacato realismo. Le mie stagioni tratta della vita nella casa di campagna, dove l’autore spese molti anni, dedicandosi all’agricoltura e osservando la vita contadina.

Nota Silvio Guarnieri, nell’introduzione al testo, che Comisso, nel rapporto con i contadini della propria tenuta, non può «rinunciare a una propria posizione di superiorità. (…). [L]’incapacità di stabilire un rapporto aperto e duraturo lo porta ad uno scontro definitivo e quindi, inevitabilmente, all’abbandono della campagna (1954). L’amore per la terra però si è tanto radicato in lui che anche nella nuova abitazione di S. Maria del Rovere, alla periferia di Treviso, egli continua a coltivare nel suo orto…».

Emerge il ritratto di un uomo incapace di stabilire contatti umani profondi, un limite che probabilmente Comisso ha portato con sé per tutta la vita, condannandosi a una solitudine curiosa del prossimo. Alla capacità di comprendere le persone solo nel vivo della scrittura.

In questo passo, l’immagine del contadino appare senza dubbio stilizzata. Eppure, si percepisce la vividezza di un’intuizione profonda: il rapporto tra parola e silenzio, che accompagna le lunghe ore di solitudine nei campi, è una voce che lo scrittore riconosce al di fuori della scrittura, atteggiamento proprio della vita, dove la parola non interiorizzata è anzi espressione di una rigidezza posticcia.


Vita dei contadini

(p. 53) Avevo compreso che, nel grande mare verdeggiante della campagna estiva, il contadino vive tra la terra che -p. 54- lavora come in un’isola. E quando, d’inverno, la terra si fa brunasta e nebbiosa, dura di gelo o impregnata dalle piogge, egli si racchiude nel caldo della stalla, come un marinaio in fondo alla stiva di un veliero navigante tra il mare in tempesta.

Isolamento e solitudine determinano la timidezza che predomina nel suo temperamento. Durante le ore del giorno, parla forse più con i suoi animali, nel guidarli al lavoro dei campi, che con i suoi familiari. Di certo parla anche con le viti, nel potarle, nel curarle dalle malattie e infine nel vendemmiarle, quando incurvano i tralci sotto al peso generoso dei loro grappoli.

Parla con il frumento, che segue dalla semina al primo germogliare, al ravvivarsi nel momento in cui emette la spiga, fino al biondeggiare maturo. Parla e segue ansioso il crescere dei prati, che danno la pastura per i suoi animali, e del granone che si tramuta in saziante polenta per la sua famiglia. Sono colloqui muti, ai quali le viti, il frumento, il granone e l’erba rispondono crescendo e fruttificando.

Egli parla anche con il cielo, con le nuvole, con il sole, con la luna e con le stelle, dipendendo da essi tutto il turno dei suoi lavori. Ogni mattina, quando si leva, guarda quel cielo che s’inarca sopra alla sua terra e lo interroga se è deciso a far splendere il sole o a buttarsi in pioggia; e da quel cielo scendono i venti a rispondere, piegando i salici che stanno sulle siepi, per indicargli la sua incostanza. Così, quando deve parlare con estranei, gli -p. 55- stentano le parole, non osa guardare diretto in volto, e se arriva a essere loquace gli avviene solo nel giorno di festa, nelle osterie di campagna, dopo che si è incoraggiato con qualche bicchiere di vino.

Isolamento e solitudine determinano in lui anche quell’acuta curiosità per cui nulla gli sfugge del traffico lungo la stradina remota, esattamente ricordato in tutto il succedersi per molti giorni. Intento ai lavori dei campi, vede e osserva chiunque vi passi, subito riconoscendolo e cercando di spiegarsi cosa porti seco, dove sia diretto, se al mercato della città, al paese vicino o altrove. Talvolta, nel trattare con la gente di fuori, i contadini gridano, minacciano, fanno la voce grossa, per mascherare la loro timidezza, sapendo che è il loro punto debole e che, scoprendolo, se ne può approfittare. Si difendono in anticipo il più possibile e, nella certezza di essere vulnerabili, si armano sempre di sospetto e di diffidenza verso quelli che non sono contadini.


Connessioni: testi a confronto

Da Giovanni Comisso, Le mie stagioni a Giuseppe Dessì, Il disertore: silenzio e solitudine come condizioni di autenticità (in un mondo rurale, dove il raccoglimento è ancora possibile). Comisso descrive la timidezza e l’isolamento del contadino. Dessì ritrae il silenzio come forma etica e pacificante della memoria.

Da Giovanni Comisso, Le mie stagioni a William Faulkner, Mentre morivo: la parola che emerge dal dialogo interiore è sempre falsa: rivolgendosi al mondo, mostra una frattura, una distanza irriducibile. Il contadino “fa la voce grossa per mascherare la [propria] timidezza” (Comisso); “le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire” (Faulkner).