Fonte: Agota Kristof, Ieri, trad. it. di M. Lodoli, Torino, Einaudi, 1997.

(p. 7) «Non si può scrivere la propria morte.

È lo psichiatra che mi ha detto così, e sono d’accordo con lui prché, quando si è morti, non si può scrivere. Ma, dentro di me, penso di poter scrivere qualunque cosa, anche se è impossibile e anche se non è vera.

In genere mi accontento di scrivere nella testa. È più facile. Nella testa tutto si srotola senza difficoltà. Ma, una volta scritti, i pensieri si trasformano, si deformano, e tutto diventa falso. A causa delle parole.»


Il tema della scrittura, i perché dello scrivere, ritorna nel romanzo, trasversalmente alla storia narrata. Scrivere dá significato alla speranza: il silenzio (non scrivo più) è invece una resa, oltre la soglia dell’apatia (sempre variamente sfiorata nel corso dell’opera). A pagina 72 troviamo l’aspirazione del protagonista, Tobias-Sandor, di diventare scrittore.

La posizione di Line “credo che per diventare uo scrittore bisogna avere una grandissima cultura” è contraddetta dal protagonista: “è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore”. Emerge il rapporto della Kristof rispetto alla necessità di una narrativa del margine, asciutta, ove lo scrittore possa scomparire nel silenzio, per lasciare che emergano “altre” parole: nuove, diverse. Ma, inevitabilmente, anch’esse inchiodate sulla soglia della sconfitta.

(p. 72) « — Perché è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore. D’altronde le cose si sono presentate così e non in un altro modo.
— Lo dici sul serio, Sandor? Che bisogna diventare assolutamente niente per essere scrittore?
— Credo di sì.
— Io credo che per diventare uno scrittore bisogna avere una grandissima cultura. Inoltre bisogna aver letto molto e scritto molto. Non si diventa scrittore dall’oggi al domani.

Dico:
— Io non ho una grandissima cultura, ma ho letto molto e scritto molto. Per diventare uno scrttore bisogna solamente scrivere. Certo, capita che non si abbia niente da dire. E a volte, anche quando si ha qualcosa da dire, non si sa come dirlo.
— E alla fine che cosa ti resta di ciò che hai scritto?
— Alla fine niente o quasi niente. Un foglio o due con un testo e il mio nome scritto in basso. Raramente, perché brucio quasi tutto quello che scrivo. Non scrivo ancora abbastanza bene. Più avanti scriverò un libro, non lo brucerò e lo firmerò Tobias Horvath. Tutto crederanno che sia uno pseudonimo. In realtà è il mio nome vero, ma tu sei la sola a saperlo, Line, non è così?

Il rapporto kafkiano, di prossimità alla rinuncia e desiderio di cancellazione di ciò che si è fatto, che esprime Sandor-Tobias è caratteristico di quella sorta di «tensione invisibile» che si respira nella prosa della Kristof.

L’autore stesso – dentro e fuori dal romanzo – è preso in un gioco di scomparse. Per tutti (salvo che per Line, figura del passato, riaffacciatasi in modo rarefatto al presente), il nome reale del protagonista è Sandor Lester. L’identità vera è relegata a pseudonimo di un’opera possibile: «più avanti scriverò…», «tutti crederanno…» … «Al primo villaggio nessuno sale sul bus. / Non scrivo più.»1

Note
  1. A. Kristof, Ieri, p. 96 ↩︎