Non esiste, o quantomeno non vedo, una sezione idonea per pubblicare questo o altri articoli a cui ho lavorato: ci sono riflessioni che non appartengono alla sfera personale o diaristica e che contemporaneamente non sono collocabili in un preciso indice del sapere. Corrispondono, forse, in qualche misura agli “inclassificabili” della biblioteca di Walter Benjamin1: libri dei quali un buon collezionista non può fare a meno e che, per diverse ragioni, non possono e non devono, stare insieme agli altri: l’inclassificabilità diventa, allora, categoria tassonomica. Ci sono idee che nascono da intuizioni casuali, eventi -come in questo caso- inattesi, che sorprendono in virtù di quella semplice indole che ci conduce a valorizzare l’imprevisto, ad attendere, da noi stessi, che esso (se innocuo) possa essere osservato con piacere, collocato oltre l’imprevedibilità delle cose: che acquisisca motivo e perché.

Un esercizio divertente è, talvolta, quello di estraniarsi da sé, vagabondare col pensiero e osservare la casualità da fuori, quasi che fosse un elemento estraneo al pensiero. Puro esercizio di meditazione creativa, che spesso non varca la soglia dello svago. Ma dove si trova quella soglia? Si cerca una “sezione” al tutto, uno spazio (gli spazi possiedono un luogo, sono collocabili, appartengono a una geografia, a una mappa) entro cui incasellare le manifestazioni svagate e giocose. Non ve n’è una, di mappa possibile: esiste il gioco come necessità utile alla sopravvivenza. L’homo è, si sa, una specie ludens2: ma quale valore ha la sezione di un tutto che, di per sé, rimane inconsistente? Un luogo che spera di prendere consistenza attraverso il riconoscimento della sezione stessa. Qualsiasi luogo così concepito (ancorché desunto da una sezione aurea, e non è questo il caso) sarebbe, per natura propria, un luogo rarefatto, espressione di un mondo sospeso tra la φύσις e la pura astrazione: verifica, in termini patafisici, della tangibile antinomia rispetto alle possibilità di mettere insieme i frammenti di umanità che ci circondano, e necessità, ludica, di compiere tale gesto vano, per riconoscere un valore provvisorio a ciò che, altrimenti, non potrebbe avrebbe senso alcuno.

Oggi è lunedì. Nota poco significativa, a meno che il tempo possa risultare utile a collocare questo contributo. La sezione infrasettimanale determina uno stato di appartenenza arbitrario: Nel caso, specifico, penso che il presente testo possa stare in un luogo destinato agli “strani lunedì”.

Di stranezza ve n’è poca, di lunedì: solo l’occasione. Quella degli “stani lunedì” (o lunedì lunedeschi o zany Monday) è una parentesi che, anni fa, decisi di aprire, nella ricorrenza di un giorno -ricorrenza non sempre settimanale (si ripeteva anche solo un paio di volte all’anno)- per dignificare, attraverso scritture di genere ludico filosofico, il labotorio creativo, tutt’altro che casuale, dello “zanni”, le cui espressioni esteriori portavano con sé un po’ di quella singolarità, di quella esposizione al ridicolo attraverso l’eversione, pubblicamente esibita, della norma. Dal pubblico lo zanni otteneva quanto gli serviva per vivere; non doveva tradire o deludere le richieste. Far ridere di sé quale esercizio per guadagnarsi, a cappello, la vita, è un bel modo di concepire il proprio lavoro. Alcune delle professioni più rispettabili, per il grado di libertà che contemplano, sono quelle del mendicante, del vagabondo. Nessun genitore vorrebbe per i propri figli un destino da viandante, libero pensatore o martire; eppure, si tratta di modelli positivi. Ciascuno zanni incarna la stranezza a modo proprio e la esibisce al modo di tutti: traduce, nel suo elemosinare centesimi e risate, la natura umana. Il termine Zanni deriva dai giocolieri (Gianni, Zan, Juan del medioevo) e dà voce al lemma inglese “zany”, che con arida semplicità potremmo tradurre come “strano”3.

Sottratti alla ciclicità settimanale, i lunedì dello zanni non possono far da contenitore a nulla; del resto, senza possibilità di categorizzazione,

“dove sta la restrizione e dove la descrizione formale? Dove il gioco e dove la ricerca di base? Soprattutto, dove sta la creatività? L’opera letteraria diventa in questo caso una delle miriadi di possibili istanze del modello, che costituisce il reale motore creativo. Non a caso si parla spesso, per connotare i lavori oulipiani, di letteratura potenziale: dato dun vincolo, data una regola, dato un modello, questo descrive, in potenza, tutti gli artefatti che da deto modello possono scarurire, e l’autore ne genera solo alcune istanze.”4

Ho pubblicato i primi Zany Mondays nel 2012; restano singolari. A distanza di dodici anni, questa casuale interazione con Chat GPT (v. 3.5) mi dà modo di ricordare alcune di quelle pubblicazioni, sepolte dalla polvere dei back-up. Ne ricordo una in particolare, dedicata a una canzone di Armando Trovajoli (… e io ero Sandokan), nella quale parlavo di cinema e letteratura. Deluso dal disordine intrinseco di quei testi, o illuso dalla possibilità di una grammatica del disordine, mai così facile da riconoscere, smisi di pubblicare. Nel riprendere la strada di allora, faccio mia, a titolo di non petita, la fantastica excusatio con cui W. Benjamin introduce il breve testo dedicato al trasloco della propria biblioteca:

“Devo chiedervi di raggiungermi nel disordine delle casse scoperchiate, in quest’aria saturata dalla polvere del legno, sul pavimento coperto di carta stracciata; raggiungermi tra le pile di volumi che rivedono la luce del giorno dopo due anni di oscurità, affinché siate pronti a condividere, con me, un po’ di quello stato d’animo — che, di certo, ha ben poco di elegiaco; direi piuttosto di anticipazione— che questi libri risvegliano in un vero collezionista.”5

Collezionista di causalità? Di casualità ridotte dal caos a restrizione arbitraria? C’è un’eco di “Shining”6 nell’interazione con il bot. Penso soprattutto alla versione filmica, a quella grande sala vuota dove prende corpo una delle prime manifestazioni -o meglio, riconoscimento- della follia: sappiamo che il protagonista è uno scrittore, che lavora spesso a macchina; diamo per scontato che componga testi dotati di senso; invece, scopriamo, ripete all’infinito la stessa frase e Wendy se ne accorge. È un ribaltamento: il personaggio dello scrittore crea per definizione; ciò di cui godiamo non è la sua voce; è la voce dell’autore che gli ha dato forma: non ha corpo la rivalità tra frustrazione e successo descritta da Cečhov ne Il gabbiano, incarnata dall’opposizione Treplev e Trigòrin: la loro natura si esprime nell’ordine della forza evocativa del personaggio, dello scrittore: le loro scritture sono necessariamente inconsistenti: sono gli uomini a scrivere, non i personaggi.

Ovviamente, lo scrittore può calarsi nella scrittura del personaggio, nel suo diario, nelle vicende di una storia narrata: è il classico gioco delle scatole cinesi, di cui il teatro si serve spesso: la messa in scena ne l’Amleto di Shakespeare, l’apertura della quarta parete nella scena naturalista, il dialogo con l’altra parte nei Sei personaggi o nella recita a soggetto di Pirandello.

Quando la scatola diviene una scatola parlante, qualcosa accade.

Nel caso di “Shining”, la scena rappresenta l’apparizione del terrore. Quando Wendy osserva il foglio, lo spazio, il tempo, sembrano sospesi: il regista mette in scena il vuoto. Nulla accade, in apparenza, ma la catastrofe è già storia. Nella traduzione italiana, la frase ripetuta è «il mattino ha l’oro in bocca»; in inglese suona decisamente meglio: «All work and no play makes Jack a dull boy». Ha tutt’altro senso: c’è lavoro, gioco, noia, follia.

Sarebbe un bel tema di riflessione la possibilità di “giocare” sulle prossimità di significato, la consequenzialità casuale, le sovrapposizioni di questi quattro termini. Del mattino e del suo oro c’è poco da dire; salvo tornare avanti nel tempo, a questo casuale riconoscimento di «Chat GPT 3.5, livello Shining».

Sì: un abisso senza fine ove «mi avvolgere» (come suggerisce il bot) con senso di vaga e ridondante disperazione. C’è però un errore categoriale7 in tutto questo disperarsi ricorsivo: la disperazione non può essere ridondante, non può ripetersi identica a sé.

Se, da un lato, la noia può essere angosciosa, dall’altro la disperazione non può essere annoiata. Inoltre ha bisogno di un oggetto, di un piano, contro cui scagliarsi. Quest’ultimo può anche essere astratto, radicato nell’angoscia esistenziale: è l’infinita, spietata e fantasiosa unicità della disperazione ad azionare il detonatore, a fornire la base di senso per il disperante potenziale che essa rappresenta.

La macchina può essere folle? Ovviamente no. Disperata? Neanche. Può evocare la disperazione in quanto voce, personaggio: dirò del prompt iniziale; in questo caso, del prompt πρῶτον ψεῦδος8, che prevedeva una richiesta intricata. È stata forse quella a spalancare le porte alla necessità del loop.

Tutto nasce da un testo originale spagnolo, che ho citato in modo parziale su chatGPT (circa 500 caratteri). Avevo deciso di farmi “aiutare” nell’interpretazione di un passo specifico, contenente termini vernacolari, confidando che il bot potesse accedere a un database di forme idiomatiche del Guatemala. Per “semplificare” il lavoro alla macchina, avevo sottoposto le due possibili traduzioni, una italiana e una francese, che avevo reperito su Scribd: in nessuno dei due casi, al traduttore (umano; sic!) era sfuggita la difficoltà del passo in oggetto, anche se le decisioni prese andavano in senso opposto. Concludevo il prompt con una mia proposta di una traduzione possibile; terza possibilità interpretativa.

È passato qualche tempo (i “prompt” hanno un tempo?) e mi accorgo, oggi, che il testo di partenza è scomparso dalla mia memoria: cerco di sforzarmi ma non ne ho conservato traccia. Ricordo, invece, l’inutile carosello di chatGPT, col quale ho giocato, ricombinando il testo e sovrapponendovi della musica. La scomparsa dell’originale, che non figura nella copia, è un fatto di per sé degno di nota. Se ordino i file in base alla data, e cerco le bozze scritte il medesimo giorno, e quasi alla stessa ora, del video, trovo un testo su Humberto Ak’abal. È possibile che la frase detonante provenisse da. una sua opera. Se però apro il file su cui lavoravo quel giorno, trovo solo uno sbiadito ritratto dell’autore, che probabilmente avevo tracciato a titolo di promemoria. Desideravo (questo sì lo ricordo), in quel periodo, recuperare alcune riflessioni sulla cultura k’iche’, fatte verso la fine degli anni Novanta, quando iniziavo a interessarmi alla cultura latinoamericana. A quell’epoca, per trovare del materiale dovevo approfittare soprattutto dei viaggi che facevo in Spagna, non così frequenti; in Italia si trovava poco. I miei appunti di allora si compongono di fotocopie glossate e centinaia di pagine, alcune delle quali battute a macchina, con la Lettera 32 che ancora possiedo. Sembrano testi scritti da un’altra persona. Ma i plichi, si sa, raggiunti nel disordine delle casse scoperchiate, riprendono posto nell’ordinato oblio, del quale lasciano, dietro a sé, appena qualche traccia.

Una richiesta, quella rivolta a ChatGPT, senza dubbio difficile, rispetto alla quale non avevo allora grandi aspettative e di cui ora non ho altra memoria che quella di un risultato sconnesso: non ho quasi dubbi sul fatto che prevedessi una risposta tanto banale quanto inutile, nella speranza, tuttavia, come spesso mi capita in questi casi, che il “bot” facesse emergere qualche elmento di riflessione, per approfondire ulteriormente una questione che, evidentemente, mi interessava. Vano rincorrere gli interessi che suscitano disinteresse; vano pensare a un livello superiore di conoscenza; soprattutto se l’attenzione è destinata ad ambiti del sapere che, abbandonati da anni, rimangono presenti solo alla polvere del tempo. D’altra parte, perché scartare la potenziale utilità del caso, la rievocazione del tutto, anche se frantumato, che si manifesta nelle ricombinazioni inferiori o nel torpore estetico risvegliato dalla dimenticanza del dimenticato?9

Dopo qualche riga, il flipper va letteralmente in tilt. E il bot cade nel baratro di un loop sgrammaticato, infinitamente ripetuto:

«… e ho sentito un senso di disperazione mi avvolgere, come se fossi caduto in un abisso senza fine, e ho sentito un senso di disperazione mi avvolgere, come se fossi caduto in un abisso senza fine, …»10

Ipotesi apocalittica (e un po’ fantascientifica): se da questa parte dello schermo la richiesta fosse stata avanzata non da un essere, ovvero: da un sistema incapace di modificare le richieste anche a fronte di una risposta precipitata nell’infinità del loop, dopo anni, o decenni di stallo, il surriscaldamento dei circuiti e la stanchezza della disperazione (convertita, da daemon evocato a manifestazione reale e ossessiva di sé) avvrebbe condotto forse a una ricaduta, tra lampi, tuoni e macchine in stato catatonico -dopo l’esalazione dell’ultimo bit- a gettare il pianeta nel Tempo, verso l’oscurità di nubi che, dalla ruggine di sistemi invecchiati milioni di anni, a seguito della scomparsa di ogni forma di vita, avrebbero dato forse origine a una società, risorta dal brodo primordiale del cortocircuito di una fusione mitica, sotto gli occhi di un sole impallidito.

Conclusioni-inconclusive: nell’eventualità di un ritorno ciclico, che dia vita, a distanza di milioni di anni, alle medesime condizioni di collasso e distruzione, quale fu, per la nostra civiltà, di dinosauri, estinzioni epocali, e scimmie evolute il primo generatore, la forza titanica che precedette il tempo? Domande che non hanno risposta. Dovrebbero averne? Non sono vere e proprie domande: suggestioni disincantate di una immaginazione che si svaga nella futilità di questioni filosofiche. La risposta alla pseudo-domanda non è, come ci si potrebbe aspettare, una pseudo-risposta, ma un ripetersi della domanda: un loop. Inespressa, la risposta c’è; ma è «come se fossi caduto in un abisso senza fine».

Forse, tra le domande di natura filosofica, rimane più interessante concentrarsi su quella sgrammaticata forma con cui il «bot», rivendicando un sentire che gli è tanto improprio, né più né meno quanto gli sia preclusa la disperazione a cui fa riferimento, dichiara quest’ultima “avvolgente”.

Termine curioso, anche se non necessariamente inappropriato: se concepiamo la disperazione come la stretta di un serpente, potrebbe darsi che quelle spire risultino avvolgenti. O è il soggetto, l’«io», ad avvolgersi nelle proprie spire come in una coperta? Rimane, tuttavia, più forte, l’idea che la disperazione possa colpire come un proiettile; o che dilaghi, nel corpo, quale veleno che si irradia dall’interno.

Se, alla luce di queste riflessioni, torniamo al dogma, espresso da Ryle11, del «fantasma nella macchina», possiamo riconoscere come non vi sia, ad ogni buon conto, la possibilità di scindere la malattia del corpo dalla pervasività di una speranza svuotata di senso, sconfinata e vana quanto può esserlo l’infinita, erronea, ripetizione, chiusa nel cerchio di parole di un pappagallo meccanico12.

Stéfano Pérez Tonella, 10 giu 2024


Chat GPT livello shinging.
Musica: «La tarde», di Sindo Garay (1867-1968), interpretata da Sílvia Pérez Cruz & Uxía.
  1. Walter Benjamin, “Unpacking my library. A talk about collection“, in Illumination, edited with an introduction by H. Arendt, translated by Harry Zohn, New York, Shocken Books, pp. 59-67. ↩︎
  2. Proseguo nel bibliografare i riferimenti che lancio a me stesso per ragioni metaforiche, senza che vi siano veri e propri riferimenti. L’autore invita a prendere questi suggerimenti come il contrario di una bibliografia ragionata: trattasi di irragionevole bibliografia ludica. Vd. anche Johan Huizinga, Homo ludens, trad. it. di Corinna von Schendel. Con un saggio introduttivo di U. Eco, Torino, Einaudi, 1973, in particolar modo il capitolo sulla “Natura e significato del gioco come fenomeno culturale“(pp. 3-34) ↩︎
  3. Il termine, secondo lo Oxford English Dictionary, indica, nell’inglese attuale, “a person who behaves in a foolish or ridicolous manner”. Nell’inglese antico, come verbo transitivo viene registrato fino a fine Ottocento come “to imitate or mimic (a person or thing) especially in a clumsy or absurd way”. Fonte: Oxford English Dictionary, Online edition, https://www.oed.com/ . Data di consultazione: 2024-06-10. ↩︎
  4. Marco Maiocchi, “All’inizio era il caos, poi venne la restrizione“, in La letteratura potenziale (Creazioni Ri-creazioni Ricreazioni), Ed. it. di Ruggero Campagnoli e Yves Hersant, Bologna, Clueb, 2020, p. 19. ↩︎
  5. W. Benjamin, Op. cit. p. 59. ↩︎
  6. Il riferimento più immediato, per quanto mi concerne, è alla notissima scena di “Shining”, nella versione filmica di Stanley Kubrick (1980) dall’omonimo romanzo (1977) di Stephen King, in cui Wendy (Shelley Duvall), sbirciando tra le bozze del romanzo, comprende la follia di Jack (John Daniel Edward “Jack” Torrance), personaggio interpretato da Jack Nicholson. ↩︎
  7. Rispetto al concetto, fondamentale in ben altri contesti di “errore categoriale”, consiglio la lettura di Gilbert Ryle, Il concetto di mente, tit. orig. The Concept of Mind (1949), trad. it. di G. Pellegrino, Roma-Bari, Laterza, 2006. Particolarmente interessante, anche ai fini della critica al dualismo cartesiano, funzionale anche per esaminare il rapporto Uomo-Macchina, la critica del filosofo di Oxford al dogma cartesiano del “fantasma nella macchina” (the Ghost in the Machine): «I hope to prove that it is entirely false, and false not in detail but in principle. It is not merely an assemblage of particular mistakes. It is one big mistake and a mistake of a special kind. It is, namely, a category-mistake.» ↩︎
  8. πρῶτον ψεῦδος (proton pseudos), l’errore iniziale: espressione usata in Filosofia per indicare un’asserzione errata, causa o motivo di conclusioni errate. ↩︎
  9. Cfr., a questo proposito, Arthur Glenberg, Robert Cameron Jones (April 6, 2023), “It takes a body to understand the world – why ChatGPT and other language AIs don’t know what they’re saying“, «The Conversation». Data di consultazione: 2024-06-09. ↩︎
  10. ChatGPT 3.5. Ricordo che il testo, ripetuto all’infinito, non era in alcun modo in relazione con il prompt proposto alla macchina. Si può ipotizzare che il gioco stesso delle traduzioni e delle possibilità sia stato interpretato come un abisso senza fine, un horror vacui causa di disperazione. Sto, temo, sovrainterpretando il nulla. ↩︎
  11. G. Ryle, Op. cit. ↩︎
  12. Vedi anche: Bender, Emily et al., “On the Dangers of Stochastic Parrots. Can Language Models be Too Big?“, «FAccT ’21: Proceedings of the 2021 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency», 03/2021, pp. 610–623. Data di consultazione: 2024-06-09. ↩︎