Il documento riporta un intervento televisivo di Andrea Zanzotto del 1976 a «Settimo giorno», trasmissione condotta da Enzo Siciliano. Zanzotto descrive come Celan sia riuscito a scrivere poesia dopo Auschwitz e come attraversi gli spazi cinerei con una forza e dolcezza sovrumane. Tuttavia la sua poesia è consapevole di andare verso la mutezza in quanto il linguaggio non può sostituire la storia.
Per chiunque scriva versi, l’avvicinamento alla poesia di Celan è sconvolgente. Egli rappresenta la realizzazione di ciò che non sembrava possibile: scrivere poesia dopo Auschwitz, eppure superare Auschwitz servendosi anche delle ceneri di Auschwitz1.
Egli attraversa questi spazi cinerei e gelidi con una forza e una dolcezza che non esiterei a dire sovrumane, e al di là di questi geli scopre una messe abbagliante di invenzioni, di invenzioni che hanno contato decisivamente per la poesia del nostro tempo. Ma egli aveva la consapevolezza che, quanto più il suo linguaggio avanzava, tanto più era destinato a non significare. L’uomo già per lui aveva cessato in qualche modo di esistere, la storia è una storia di assoluta negazione.
Il linguaggio non può sostituire la storia, deve contrapporsi ad essa, la poesia è una costruzione di un mondo che nega la storia, ma negando la storia finisce col negare se stesso. Quindi la tragedia di Celan è proprio quella di un linguaggio che è consapevole di andare verso la mutezza, come egli stesso diceva, che è qualcosa di diverso dal silenzio. Crollare nella mutezza e nello stesso tempo essere ebbri di nuove scoperte: questo è il suo paradosso.
Egli cammina e si inoltra appunto negli spazi del linguaggio, aggruma le parole, sovverte la sintassi, crea numerosi neologismi, usa tutte le possibilità del sistema linguistico tedesco, e nello stesso tempo si accorge che questi suoi disegni meravigliosi, questi suoi labirinti, sono e portano verso un qualche cosa che non è il ritorno alla casa natale, è una terra di nessuno.
Ora, quello di Celan si può dire veramente un dramma sacro. La negazione della sacralità è stata ancora per lui qualche cosa di sacro. Esistevano altre possibilità che le avanguardie del nostro tempo hanno tentato, cioè di investire dal di fuori questa sfera, profanarla e profanizzarla nello stesso tempo, cercare di smontare questa macchina dall’esterno per vedere anche di restituire un diverso rapporto tra storia e parola.
Per Celan è stato questo un problema che si è ripresentato di continuo, ma che in qualche modo egli non ha affrontato in pieno. E forse in questo consiste, se si può dire, un suo limite, forse, per quanto la sua grandezza sia fuori discussione, egli era ancora troppo avvelenato e abbagliato dalla grande tradizione del decadentismo europeo, da Orfeo in poche parole. Ma egli resta soprattutto il poeta innocente, colui che è incapace di doppio gioco, e che a un certo momento esce di scena.
Andrea Zanzotto, 1976
